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“Perché dobbiamo identificarci tutti nella 'solitudine' di Nicola Gratteri”

di Klaus Davi* - A leggere le interpretazioni sulla vicenda dell'attacco a Gratteri formulato dal 'Riformista' si rimane quanto meno delusi. Escluso forse il 'Fatto di Calabria', la vicenda viene presentata quasi come se fosse una scaramuccia di poco conto tra uno dei magistrati più esposti contro la mafia e un giornalista come Piero Sansonetti, dal tratto ipergarantista. Una lettura formalmente corretta. Ma la vicenda merita un'analisi che va ben oltre la mera narrazione cronicistica, seppur necessaria per comprendere i fatti. Sfrondiamo subito un dubbio: non è stata la 'Ndrangheta a ordire l'operazione contro Gratteri, che ha tutte le caratteristiche di una miccia che ha catalizzato tutte le sotterranee ostilità che un pezzo dell'establishment nutre nei riguardi del noto magistrato. E, anche se non c'è un legame diretto con l'episodio in questione, non si può non osservare che nella lista degli 'antipatizzanti' figurano magistrati, ex ministri, politici di varia risma, partiti politici o parti di essi, nonché intellettuali di diverso orientamento culturale.
Ma proviamo a ripercorrere la storia: un minuscolo ma suggestivo comune calabrese, Gerace, dà seguito a una delibera che assegna al magistrato un terreno con lo scopo di agevolare il lavoro delle forze di polizia e delle scorte che lo tutelano. Questo provvedimento prende forma per effetto di una precisa valutazione tecnica ed è la conseguenza di una decisione del Ministero dell'Interno. Il Comitato per l'ordine e la sicurezza, che è composto da chi ha effettivamente il polso della situazione sul territorio, decide che un attentato a Gratteri è una seria eventualità e individua nella conformazione morfologica delle campagne attorno alla sua casa nella Locride elementi di oggettiva 'criticità'. Tradotto: per come è configurato il territorio attorno alla casa del capo della procura di Catanzaro, non è da escludere che egli possa essere oggetto di un attentato terroristico da parte della 'Ndrangheta anche a una certa distanza. Il Comitato quindi decide che per motivi di sicurezza sia necessario operare degli interventi per garantire la piena sicurezza del magistrato. La scelta prevede degli interventi molto precisi in modo che si possa far fronte a necessità logistiche molto delicate. In quella zona sorge un ospedale 'fantasma', una delle tante cattedrali nel deserto, abbandonato da decenni, il cui destino non interessa a nessuno. Ma la preesistenza di questo edificio fa sottintendere, subdolamente, che la struttura avrebbe potuto essere ripristinata per ospitare i malati di Covid-19 e così non sarà, si suggerisce nelle interpretazioni fatte circolare ad arte, perché Gratteri 'vuole ampliare i suoi terreni agricoli '! Per farci cosa poi? Scorribande col trattore? La scelta viene presumibilmente trasmessa al Comune che traduce un'indicazione della Prefettura in una delibera riservata. E non perché ci sia qualcosa da nascondere, ma perché forse non è il caso di comunicare urbi et orbi interventi atti a garantire la sicurezza di un magistrato. Una manina (possiamo escludere un ruolo dei servizi? O di una persona allertata che si stava preparando un bel trappolone?) allunga però la delibera a un giornale, il quale, giustamente dal suo punto di vista, la riporta e la rilancia trasformandola in un caso tipico di 'casta'. Se vi è stato un errore formale, è stato sbagliata la procedura: vale a dire chiedere che fosse Gratteri a rivolgersi all'istituzione per ottenere sostanzialmente misure di sicurezza consequenziali all'elevamento dell'allerta stabilita dallo Stato solo qualche settimana fa.

Il dibattito che ne è derivato è discutibile e ancora più rivelatrice è l'inevitabile coloritura politica che ha assunto. A nostro avviso però, piu che le insinuazioni, in questa vicenda a parlare sono stati i silenzi. Ci è apparso, da osservatori, che sia stato singolare che Gratteri si sia dovuto difendere da solo dovendo quasi giustificare quello che era solo un mero atto istituzionale, quasi che la valutazione della sicurezza fosse di sua competenza, quando chiunque si occupi di questi temi sa perfettamente che NON è così. Comprensibile il silenzio della prefettura, ma come interpretare il mutismo totale, per esempio, del Ministero degli interni artefice della scelta e direttamente responsabile della sicurezza del magistrato? Nessun segnale è arrivato da Csm e Anm che pure sulla vicenda del procuratore generale Lupacchini erano stati ciarlieri e non poco e spesso oltre il dovuto. Non un bel segnale per la Calabria, per il Sud, per tutti coloro che tengono a queste terre e alle donne e agli uomini che lottano per liberarle dalle mafie. In questa inquietante solitudine 'istituzionale', ci dovremmo semplicemente identificare tutti.

*giornalista, massmediologo e consigliere comunale di San Luca