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In una fredda notte del novembre 1993

falcomata italodi Nino Mallamaci* - ...Una cinquecento rossa percorre a velocità da passeggio le strade deserte della città. A bordo tre persone. Due di essi parlano in maniera tranquilla, quello che guida e l'altro al posto del navigatore. Il terzo, seduto dietro, parla sì, ma tra un singhiozzo e l'altro. E' agitato, si sporge in avanti per farsi ascoltare meglio. Racconta, argomenta, gesticola, si ravvia i folti capelli e si asciuga gli occhi chiari con movimenti rapidi delle mani. Sono le due della notte tra il 16 e il 17 novembre 1993, siamo a Reggio Calabria.
Qualche ora prima, un gruppo di consiglieri comunali è riunito nella sede del gruppo PDS, accanto all'aula consiliare sopra il teatro Cilea. Ci sono io insieme a sei consiglieri pidiessini - Italo Falcomatà, Gaetano Cingari, Rubens Curia, Paolo Scudo, Mimmo Giandoriggio, Enzo Amodeo - a due repubblicani, Franco Azzarà e Pino Falduto, a tre della Rete, Giuliano Quattrone, Gianni Pensabene e Pino Curatola, a Gigi Malluzzo, proveniente dal partito liberale, del misto, come me. Un supergruppo di 13 componenti che tempo prima ha sottoscritto un documento, al quale aveva un altro consigliere repubblicano, che indica in Italo Falcomatà la persona da eleggere per presiedere quella che è stata da loro definita "La giunta del sindaco". A poche decine di metri, a Palazzo San Giorgio, sede del Municipio, si tiene in contemporanea un'altra riunione. A essa partecipano i consiglieri della Democrazia cristiana e quelli del Movimento sociale, per un totale di venti. In loro compagnia altri membri del civico consesso, appartenenti a vari gruppuscoli, e il terzo consigliere repubblicano, quello che aveva firmato l'impegno dei 14.

Stanno tentando di costruire una maggioranza di centro destra, il che comporterebbe il naufragio della giunta del sindaco prima del suo varo. Le notizie che ci giungono, tramite i democristiani propensi a eleggere Italo Falcomatà, sono altalenanti. Ci sono problemi anche per la designazione del sindaco, oltre alle solite diatribe sul numero degli assessori da assegnare a ogni partito. Alla fine i sostenitori del centro sinistra dentro il gruppo della DC la spuntano, e dal consigliere Totò Camera riceviamo per telefono la buona novella: la giunta del sindaco si farà. Anche perché, al contrario dell'altro raggruppamento, noi non abbiamo problemi di poltrone da occupare. Già nel tentativo fallito del 13 agosto dello stesso anno, tra noi non ci sono state discussioni di sorta sull'argomento: vogliamo fortemente un cambiamento radicale per la città, abbiamo una guida che giudichiamo autorevole e sicura alla quale deleghiamo perciò ogni scelta per la composizione dell'esecutivo. Lo schema si ripete perfettamente a distanza di qualche mese. Ma stavolta, a differenza della precedente, Italo mi ha già avvertito che io dovrò far parte dell'esecutivo. Ad agosto, infatti, avevo respinto le pressioni ad entrare in giunta. Con una dichiarazione dei primi di luglio, nella quale mi schieravo per la giunta del sindaco, con Falcomatà alla guida, mi ero tirato fuori in anticipo per un motivo molto semplice: non si doveva pensare che io facessi questo sforzo per guadagnarmi un posto al sole. E così era stato. Il mio nome, nell'organigramma depositato in piena estate nella segreteria comunale, non c'era. Ma io non ero il solo a pensare che il progetto valeva più dei singoli. Malluzzo, Azzarà, Falduto, e tutti gli altri del gruppo dei 13, erano disposti a giocare in qualsiasi ruolo, senza porre problemi di sorta. L'importante era dare alla città un governo forte e di svolta.
Ma allora, che ci faceva quella cinquecento rossa in giro per la città a quell'ora della notte? Non era tutto a posto? Non avevamo vinto?
Italo, dopo gli abbracci e i baci per la notizia positiva giunta dal palazzo prospiciente, mi chiama in disparte. "Mallamaci ( mi chiama sempre per cognome) vieni che abbiamo un piccolo problema da risolvere, accompagnami tu". Arrivati alla mia cinquecentina, non mi dice nulla circa la meta da raggiungere, anzi mi sfotte dandomi le spiegazioni più inverosimili. C'è da dire che questo distacco di Italo, forse solo apparente, era un suo tratto distintivo che avrei apprezzato sempre di più nel periodo successivo. Anche nelle fasi più delicate manteneva freddezza e calma che gli erano di grande aiuto per ragionare e risolvere le questioni più complicate, amministrative o politiche che fossero. Alle riunioni di quei mesi concitati, per esempio, capivamo in anticipo che era in arrivo quello che, in teoria, avrebbe dovuto essere il più teso di tutti. Come? Perché percorreva il corridoio fischiettando, come se nulla fosse. Quella notte, comunque, si limita a dirmi che dobbiamo andare a trovare una persona. Mi indica la strada, e arriviamo sulla parallela alla via dove si trovano i servizi anagrafici. "Ti puoi fermare qua", mi fa. "E che c'è, qua?". C'era il Centro studi di Piero Morabito, capogruppo della DC. Si apre il portone e, insieme a Piero, spunta la capigliatura sempre perfettamente in ordine di Sandro Nicolò. "Sandro? E che fa qua?", gli chiedo. "Dobbiamo parlare con lui, e siccome so che siete amici ho voluto che fossi presente pure tu. E poi lo sai che quando dobbiamo andare da qualche parte, in generale, preferisco farlo con te che sei veloce e conosci tutte le strade". In effetti, anche dopo, da sindaco e assessore, quando voleva parlare di qualcosa e doveva recarsi in una frazione lontana dal centro, dove non era mai stato prima, ci andavamo insieme con la mia macchinina. "Così, mi diceva, faccio riposare Toscano" (o Pellicanò, erano i suoi autisti). Sandro io lo conoscevo dai tempi della scuola. Tra noi c'era solo qualche mese di differenza di età, ed eravamo veramente amici. Ma quella sera, ritenendo evidentemente che la soluzione centro destra avrebbe avuto la meglio, non era stato con noi ma con i nostri avversari. Certo, il suo percorso successivo ha dimostrato che i suoi ancoraggi ideali erano piuttosto malfermi, ma in tale circostanza andava recuperato alla causa. Piero si avvicina e mi mormora all'orecchio: "Vedi che è molto scosso, parlagli pure tu". Gli faccio un cenno d'intesa, mentre Sandro si accomoda sul sedile posteriore. Da qui in poi, non mi ricordo per quanto tempo, cominciamo a rincuorarlo, a dirgli che può stare tranquillo. Che sappiamo che lui era lì per perorare la nostra causa, e non per altro. "Nino, tu che mi conosci, diglielo tu che non avrei mai fatto una cosa del genere, che non sarei mai andato con i fascisti", dice tra i singhiozzi. "Ma certo, Sandro, ma figurati! Certo che lo so!". E Italo: "Stai tranquillo, sappiamo tutto. Adesso ti devi calmare. E' tardissimo e domani abbiamo tanto da fare, ora dobbiamo andare a letto". E sì che sapevamo tutto. Perfettamente. Tuttavia, anche se sono molto deluso del suo comportamento, per me è un amico, col quale abbiamo avuto sempre un rapporto cordialissimo. E poi serve alla causa. Basta che un tassello del mosaico si stacchi per provocare un effetto a catena e mandare a monte per la seconda volta, e a questo punto definitivamente, il nostro cimento. Bisogna ingoiare qualche rospo. E così facciamo tutti quanti, anche i più intransigenti. Ancora una volta, il progetto è troppo importante per sacrificarlo per un piccolo sbandamento. E così, dopo aver vagato da una parte all'altra di una città che amiamo e vogliamo fortissimamente far rinascere, andiamo a dormire con la coscienza a posto. Qualche giorno dopo, il 18 novembre 1993, la giunta del sindaco ottiene in Consiglio 31 voti: ai 27 della DC e del gruppo dei 14 si sono aggiunti, all'ultimo momento, quelli di 4 consiglieri del gruppo socialista, dal quale mi sono allontanato mesi prima in disaccordo proprio sulla soluzione che, alla fine, hanno scelto pure loro. Sandro è felice, anche perché nessuno, considerato il suo quasi voltafaccia, ha posto veti nei suoi confronti ed è assessore. Le sue, ora, sono lacrime di gioia.

* Avvocato e scrittore