Il monito di Minniti, sconfitto lontano dalla Calabria da un pentastellato espulso: “Pd a un passo dalla scomparsa”

Minniti2di Mario Meliadò - Sono trascorsi i giorni del famigerato "decreto" sull'immigrazione, i giorni in cui fantasiosi giornalisti avevano gongolato immaginando un gran titolone col punto in mezzo à-la-Feltri che per descrivere quelle fasi delicatissime e controverse recitasse Minniti, un grande ministro dell'Interno. Di Destra.

Adesso per il reggino Marco Minniti è tempo di riflessione globale.

Certamente è il ministro del governo Gentiloni munito di maggior gradimento da parte degli amministrati, come attestato da una pluralità di sondaggi d'opinione condotti in tempi non sospetti.
Certamente è (insieme a Matteo Salvini, per la verità...) l'uomo politico destinatario di più numerosi e più veementi attacchi sui social network da parte dei "navigatori" calabresi: addebito principale, "essersene fregato" della sua Reggio Calabria ed essere "volato" a farsi eleggere nelle Marche, peraltro senza riuscirci e per finire recuperato a Salerno dov'era capolista nel provvidenziale "listino" proporzionale per la Camera (era stato eletto, sempre nella medesima posizione e sempre nel proporzionale, anche a Venezia, dove a Minniti è subentrata la deputata uscente di Portogruaro Sara Moretto).

Una sconfitta elettorale, quella di Marco Minniti, delle cui proporzioni s'è parlato fin troppo poco. E dire che nel suo curriculum "di battaglia" già pesava il precedente del 2001, quando nel duello maggioritario per un seggio a Montecitorio il forzista Giuseppe "Pepè" Caminiti lo distanziò, conquistando il 48,9% dei suffragi e sconfiggendo nettamente il politicamente ben più esperto rivale, che non andò oltre il 40,6 per cento (e anche in quel caso, Minniti entrò lo stesso alla Camera sempre grazie al ripescaggio in quota proporzionale...).
Il politico calabrese più importante, il ministro più popolare del Governo uscente nel suo collegio uninominale per la Camera – quello marchigiano di Pesaro – è finito soltanto terzo, con un modesto 27,7%, a distanza non piccola sia dall'eletto (il pentastellato Andrea Cecconi: 35% dei consensi per lui) sia dalla seconda classificata (la forzista Anna Maria Renzoni Bezziccheri, al 31,5%), in una regione governata dal centrosinistra che però a Palazzo Madama ha (ri)eletto solo il senatore uscente di Fermo e vicepresidente della Commissione di vigilanza sulla Rai Francesco Verducci e, quanto a Montecitorio, ha eletto alla Camera il senatore uscente di Potenza Picena Mario Morgoni e rieletto una "star" dèmocrat come Alessia Morani, vicecapogruppo della Camera dei deputati e in precedenza nella segreteria nazionale del partito. Ovviamente, tutto e solo proporzionale.
E il dramma nel dramma – elettoralmente parlando – è che Cecconi è uno dei più noti candidati espulsi dal Movimento Cinquestelle per le irregolarità in materia di rimborsi: eppure, gli elettori pentastellati lo hanno ugualmente votato e l'hanno fatto vincere lo stesso, affettando a julienne il peso politico del titolare del Viminale.

Certamente è, Minniti, anche uno dei personaggi più cercati in queste convulse fasi di pre-Governo: a sorpresa, potrebbe proprio essere il ministro dell'Interno uscente – unanimemente riconosciuto un grande esperto d'intelligence, servizi segreti e geopolitica – la wild card in grado d'azzerare le distanze che oggi appaiono incolmabili tra Partito democratico e Movimento Cinquestelle. Cosa che, per la verità, si torna a dire anche di uno strepitoso accademico che, di volta in volta, da anni viene tirato in ballo per la possibile guida tecnica del Mibact o per la presidenza della Regione Calabria o per la cooptazione per tentare di farne il Capo dello Stato (era il tempo delle "Quirinarie" che poi accesero i fari su un altro studioso calabrese, il compianto giurista Stefano Rodotà), il rosarnese Salvatore Settis, già rettore della "Normale" Pisa, che peraltro già in campagna elettorale avrebbe rifiutato d'essere inserito nella lista dei ministri pentastellati poi consegnata per e-mail (sic) al presidente Mattarella.
Ciononostante, le alleanze da mettere in piedi incarnano, ad avviso di Marco Minniti, una «questione che interpella chi ha vinto e non chi ha perso le elezioni – si legge in un'intervista rilasciata al quotidiano torinese La Stampa –. Se un partito, dopo 5 anni di Governo, passa dal 25 al 18,7%, è evidente che gli elettori non ti hanno incoraggiato a continuare. Sarebbe una serafica strafottenza ignorarli. E se lo fai, il loro voto lo perdi per sempre». Mentre i dèm dovrebbero limitarsi a interrogarsi sulle «ragioni di questa sconfitta».
E lui, dove le ravvede? All'origine della dèbacle ci sarebbe «una rottura sentimentale col Paese»: un po' pochino, per una valanga di queste proporzioni. E Marco Minniti lo sa. Infatti precisa poi che i due "sentimenti" di cui non si sarebbe tenuto conto sono «la rabbia degli esclusi», ma anche «la paura di ceti importanti della società», sottovalutati non in termini assoluti ma in termini operativi: «Gramsci, quando parlava di partiti politici – riflette il politico reggino –, diceva che un partito è un programma, è un progetto ed è anche passione organizzata. Forse – questa la sua diagnosi – ci è mancata passione organizzata». Ma forse pure un po' di miopia: e «mentre le forze populiste si stavano avviando a prendere il 55%, noi pensavamo che il problema fosse Casa Pound. È come se fossimo stati privi di connessione con la realtà», afferma oggi il componente del governo Gentiloni.

Di sicuro, l'uomo (e il politico) non è affatto ingenuo, e non lo scopriamo adesso. Le elezioni del 4 marzo, a suo dire, «rappresentano una sconfitta storica per la sinistra» anche per il crollo di storiche roccheforti rosse dell'Italia centrale (parte della Toscana, Umbria, Marche come il ministro reggino ha avuto modo di notare sulla sua pelle, Emilia Romagna...). «La fibrillazione del cuore riformista può alludere a un collasso – riconosce esplicitamente Marco Minniti, incalzato dalle domande del giornalista Fabio Martini –. Ancòra non ci siamo, ma il rischio vero si chiama irrilevanza politica del Pd», davvero prossima «per la prima volta».

La dinamica del disastro, l'ex "Lothar" dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema (...anche questo riferimento ci fa capire che d'acqua sotto i ponti ne è decisamente passata...) la identifica in un dualismo sorprendente e del tutto inedito Lega-Cinquestelle: «Chi era contrario a Salvini ha votato Di Maio e chi era contrario a Di Maio ha votato Salvini». Risultato: altri spazi rischiano di non essercene più, anche perché «la Sinistra non perde "a sinistra". Il risultato di Leu è modestissimo, siamo molto lontani da quel risultato a due cifre del quale s'era parlato. Mentre le forze populiste, con un atteggiamento dichiaratamente euroscettico, hanno sfiorato il 55%: non c'è nessun Paese europeo con queste percentuali», osserva il ministro dell'Interno.
E si può ben notare che non degna di una menzione Forza Italia, Fdi, tanto meno Noi con l'Italia, perché nell'analisi minnitiana il vulnus non sta lì, al di là della consistenza numerica, ma in quel Carroccio che s'è preso la golden  share della coalizione di centrodestra e non ha affatto intenzione di mollarla a breve.

Tuttavia, uno degli spunti più interessanti concerne l' "orticello" del diretto interessato, cioè il Pd. Per esempio rispetto al perennemente evocato tema dell'unità della "Ditta", per chiamarla al modo di Pierluigi Bersani: rimane «un elemento importante» e non soltanto per il Partito democratico, tuttavia rappresenta un mezzo, uno strumento per centrare gli obiettivi politico-programmatico-elettorali che ci si prefigge, «non un fine in sé. Se per restare uniti sacrifichiamo qualsiasi analisi, entriamo in una melassa confusa che non serve a nessuno».
Parole che non saranno un'abiura del renzismo, ma certo un po' le somigliano. Infatti, anche nel pensiero di Marco Minniti Matteo Renzi «ha fatto bene a dimettersi», anche se ovviamente le responsabilità «non sono tutte sue», anche perché troppo spesso s'è data l'impressione al "popolo" piddino «che l'inizio e la fine si riassumessero nell'espressione: "Che faccio io?"». L'annuncio è che a questa Caporetto non seguirà un pranzo di gala: «Quando si perde non si media, ma ci si confronta duramente».

E però è fin troppo chiaro che il non-sprovveduto DomenicodettoMarco, a fronte della legittima questione della leadership interna al partito, ci mette un nanosecondo a rispondere: «Non ci penso nemmeno». La fase è quella del magma: rimanere ustionati è quasi certo, qualsiasi posizione si assuma. E perfino la "poetica delle Primarie" – elemento tra i più rilevanti dell'identità piddina, «felice anomalia», strumento tra i più pregnanti degli ultimi anni per tracciare un solco distintivo tra "gli uni" e "gli altri" – cede temporaneamente il posto a un'acquisizione importante: quel che farà la differenza «non è un bagno salvifico nelle Primarie» ma piuttosto «ripartire, faticosamente, mettendosi in discussione» e ripartendo «capillarmente da chi ci ha votato e da chi ha fatto la campagna elettorale».

Peccato non averlo davanti adesso, Marco Minniti, e qui in Calabria.

Perché tanti cronisti, numerosi osservatori ma soprattutto uno stuolo (decisamente più ristretto di un tempo...) di elettori dèm gli vorrebbero chiedere almeno questo: già, in Calabria per il Pd chi ha fatto campagna elettorale?